“La mia vita alla Scala” di Luigi Sironi
Perché dietro il titolo apparentemente semplice non c’è soltanto la storia di un ballerino che ha trascorso una parte fondamentale della propria esistenza al Teatro alla Scala di Milano.
C’è il ritratto di una Milano lontana, di un teatro vissuto come una casa, di una generazione di artisti cresciuta attraverso disciplina, sacrificio, amicizia e una straordinaria dedizione al palcoscenico.
È, soprattutto, il racconto di un uomo che a un certo punto della propria vita decide di voltarsi indietro.
E ciò che vede non è soltanto la propria immagine.
Vede la Scala.
La storia di Sironi comincia lontano dalle luci del grande teatro. Comincia a Niguarda, nella Milano popolare, in una famiglia nella quale la danza non rappresentava certo un destino già scritto. Il padre era operaio, la madre sarta.
L'ingresso di Luigi nel mondo della danza avviene quasi per caso, ma quel caso finisce per trasformarsi in una vocazione.
Il percorso non è facile. Da bambino deve raggiungere il centro di Milano per le lezioni mattutine, affrontando sacrifici che oggi possono sembrare quasi appartenere a un'altra società.
Ma è proprio qui che il libro acquista una delle sue qualità più preziose: non costruisce il mito del ballerino cancellando la fatica necessaria per diventarlo.
Prima del primo ballerino c'è il bambino.
Prima degli applausi ci sono le levatacce, lo studio, la disciplina, le prove e la necessità di imparare molto presto che il talento, da solo, non basta.
Il valore della testimonianza di Sironi sta però soprattutto nella prospettiva. La Scala non viene raccontata soltanto dal punto di vista dello spettatore seduto in platea. Viene osservata dal palcoscenico, dalle sale prova, dai camerini e dai corridoi; da quell'universo parallelo nel quale gli artisti costruiscono ogni sera ciò che il pubblico vedrà soltanto per poche ore.
Sironi entra nel Corpo di ballo e nel 1965 diventa solista. Nel corso degli anni incontra coreografi, direttori, artisti e personalità che appartengono alla grande storia della danza del Novecento. Nel 1983 arriva la nomina a primo ballerino, proprio nell'epoca dell'arrivo alla Scala di Rudolf Nureyev.
E Nureyev, nelle pagine dedicate a quegli anni, emerge non come una semplice icona, ma come una personalità complessa: geniale, esigente, talvolta difficile, capace di pretendere dai danzatori livelli estremi di concentrazione e perfezione.
È uno dei punti in cui il libro dimostra di non voler costruire una memoria addomesticata.
Sironi ricorda.
E ricordare significa anche raccontare le tensioni, le fatiche, gli scherzi dietro le quinte, le incomprensioni e quei momenti che il pubblico non vedrà mai.
Forse, però, la vera protagonista di queste memorie è proprio la parola insieme. Perché La mia vita alla Scala non è soltanto un'autobiografia. È anche una memoria collettiva.
Sironi restituisce il senso di una compagnia nella quale i rapporti umani potevano diventare importanti quanto quelli professionali. Colleghi che condividevano il palcoscenico e, fuori dal teatro, vacanze, amicizie, momenti familiari.
È un mondo nel quale il Corpo di ballo appare come una comunità.
E proprio questa dimensione rende il libro particolarmente interessante oggi, quando il rapporto tra artista e istituzione teatrale viene spesso osservato attraverso numeri, produzioni, nomine e risultati.
Sironi riporta tutto alla dimensione umana.
Dietro un balletto c'è una persona.
Dietro un grande ruolo c'è un corpo che lavora.
Dietro un applauso c'è una quantità enorme di sacrificio.
Nel racconto compaiono inevitabilmente anche i grandi personaggi che hanno attraversato il mondo scaligero. Nureyev è uno dei protagonisti più significativi, ma la memoria di Sironi si apre anche al pubblico, ai personaggi che frequentavano il Teatro e a quell'atmosfera irripetibile nella quale il Piermarini rappresentava uno dei luoghi simbolici della società milanese e internazionale.
Sironi ricorda persino personalità come Grace Kelly, l'Aga Khan e Aristotele Onassis, presenze che contribuiscono a restituire l'immagine di una Scala nella quale teatro, mondanità, arte e vita sociale si incontravano continuamente.
Ma la nostalgia non diventa mai soltanto celebrazione.
È piuttosto il confronto tra due epoche.
Sironi osserva un mondo nel quale il Teatro imponeva anche un certo comportamento, un certo abbigliamento, una certa idea di rispetto per il luogo e per ciò che rappresentava. È la memoria di un codice teatrale che, nel tempo, si è inevitabilmente trasformato.
Fondamentale è il lavoro di Michele Olivieri, storico e critico della danza, che ha trasformato i ricordi di Sironi in una narrazione organica. Il meccanismo è quasi quello di una lunga conversazione: Sironi racconta, Olivieri ascolta, seleziona, organizza e contestualizza.
Lo stesso Olivieri ha spiegato che il materiale raccolto era molto ampio e che è stato necessario operare una scelta. Il risultato, dopo una gestazione durata alcuni anni e attraversata anche dal periodo della pandemia, è diventato un libro nel quale la memoria personale si incontra con la documentazione storica.
Questa collaborazione è uno degli aspetti più interessanti dell'opera.
Sironi porta la memoria. Olivieri le offre una struttura.
E il risultato è una testimonianza che può essere letta tanto dall'appassionato di danza quanto da chi desidera conoscere la Scala da una prospettiva meno ufficiale.
C'è poi una domanda che attraversa idealmente tutto il volume: perché un bambino dovrebbe scegliere una vita così difficile? La risposta non è soltanto nella danza. È nella passione.
Sironi racconta una professione nella quale il corpo diventa strumento, memoria e linguaggio. Ogni gesto deve essere ripetuto fino a diventare naturale, ogni errore può avere conseguenze, ogni spettacolo richiede una concentrazione assoluta.
La danza classica è spesso percepita dal pubblico nella sua forma più luminosa: il costume, la musica, il movimento, l'applauso.
Sironi racconta ciò che esiste prima.
La fatica.
Ed è proprio attraverso quella fatica che il successo acquista il suo vero significato.
Il pregio più grande di La mia vita alla Scala è forse quello di non essere soltanto un libro sulla danza. È un libro sul tempo. Sul modo in cui cambiano le istituzioni, le persone, i rapporti professionali, la città e persino il pubblico.
Sironi guarda alla propria esperienza con la consapevolezza di chi ha avuto il privilegio di vivere una stagione irripetibile. Ma il suo racconto non parla soltanto di ciò che è stato. Parla anche di ciò che rischia di essere dimenticato.
Ecco allora che la memoria individuale diventa memoria culturale. Il ballerino che ricorda il proprio passato diventa, quasi inconsapevolmente, il custode di una parte della storia della Scala.
A completare il volume c'è un'importante cronologia artistica curata da Michele Olivieri, accompagnata da estratti delle recensioni e da un'intervista realizzata in occasione della tournée scaligera a Mosca, quando esisteva ancora l'Unione Sovietica. Questi materiali permettono di affiancare alla voce personale di Sironi una dimensione documentaria.
Ed è proprio questo incontro tra racconto e archivio a rendere il libro particolarmente significativo per chi studia la storia della danza.
Alla fine, ciò che rimane non è soltanto l'elenco degli spettacoli, dei ruoli o dei grandi nomi incontrati. Rimane un'idea. La danza è una forma di vita.
E la Scala, per Luigi Sironi, non è stata semplicemente il luogo nel quale ha lavorato.
È stata il luogo nel quale è diventato l'uomo e l'artista che oggi può raccontarsi.
Per questo La mia vita alla Scala merita di essere letto anche come una sorta di lettera d'amore a un mondo teatrale che non esiste più nella stessa forma.
Una lettera scritta senza retorica, attraverso ricordi personali, episodi curiosi, grandi incontri, momenti di difficoltà e la consapevolezza che alcune stagioni della vita, una volta passate, possono essere rivissute soltanto attraverso la memoria.
E forse è proprio questo il senso più profondo del libro.
Un ballerino smette di danzare sul palcoscenico, ma non smette mai di danzare nei propri ricordi.
Luigi Sironi oggi consegna quei ricordi alla pagina.
Michele Olivieri li raccoglie e li ordina.
E la Scala, ancora una volta, diventa teatro.
Questa volta, però, il sipario si apre sulla memoria.
La mia vita alla Scala è stato pubblicato nel 2023 per il Gruppo Gedi; l'edizione presenta 232 pagine. Michele Olivieri ha curato la redazione della biografia e ha una lunga attività come storico e critico della danza.
Per acquistare il libro:
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/biografia/670389/la-mia-vita-alla-scala/?utm_source=chatgpt.com

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